domenica, giugno 01, 2008

...non molti anni dopo, l'Europa e l'Italia si sono accorti che questa era un'ingenua illusione: il fascismo era ben lontano dall'essere morto.



Stanno succedendo cose che solo alcuni decenni or sono nessuno si sarebbe mai sognato, neppure negli incubi peggiori. Siamo vivendo in una società dove si coltiva odio per i 'diversi' e pare che perfino ai bambini venga insegnato che non c'è nulla di strano a voler bruciare il luogo dove sostano persone senza casa, senza sostegni sociali ben definiti, senza sicurezza alcuna. Ma non è facile parlare dell'oggi. Ecco quando serve usare parole vecchie, scritte da chi ha vissuto esperienze fortissime sulla propria pelle e che condivido nel commento personale.

Voglio citare Primo Levi e le parole lette in una riedizione di 'Se questo è un uomo', pietra miliare della storia del Novecento. In particolare, la versione pubblicata dalla casa editrice Einaudi nel 1976, prestatami dal presidente di Lev Chadash, Ugo Volli. A differenza del volumetto che avevo letto io, questo possiede un'appendice in cui lo stesso Primo Levi spiega di aver voluto inserire le domande che costantemente gli venivano rivolte da lettori studenti. Come si sa, Levi accettava il confronto con i giovani organizzato dalle scuole. "Ho scritto questa appendice nel 1976 per l'edizione scolastica di 'Se questo è un uomo'... Tuttavia, poiché tali domande coincidono ampiamente con le domande che ricevo dai lettori adulti, mi è sembrato opportuno riportare integralmente le mie risposte anche su questa edizione".

Levi ricorda che il libro ebbe uno strano destino, essendo stato scritto proprio là, "in quel laboratorio tedesco pieno di gelo, di guerra e di sguardi indiscreti, benché sapessi che non avrei potuto in alcun modo conservare quegli appunti scarabocchiati alla meglio, che avrei dovuto buttarli via subito, perché se mi fossero stati trovati addosso mi sarebbero costati la vita". Ma, appena tornato a casa miracolosamente vivo, si getta nella scrittura per calmare i ricordi che lo 'bruciavano dentro', ancora ricco di vivide memorie. Solo nel 1947 una piccola casa editrice lo pubblica ma, nel dopoguerra, pochi vogliono conoscere orride verità: preferiscono dimenticare, ricominciare da zero.

Nel 1958, però, l'editore Einaudi lo acquista e lo ristampa facendone un libro tradotto in 6 lingue, ridotto per il teatro e per la radio. Fu accettato da studenti e insegnanti "con un favore che ha superato di molto le aspettative dell'editore e mie", racconta Primo Levi. "Centinaia di scolaresche in tutte le regioni d'Italia mi hanno invitato a commentare il libro, per iscritto o possibilmente di persona". Molte le domande rivoltegli, ingenue o consapevoli, commosse o provocatorie, superficiali o fondamentali, afferma lo scrittore-testimone. "Mi sono accorto presto che alcune di queste domande ricorrevano con costanza, non mancavano mai. Dovevano dunque scaturire da una curiosità motivata e ragionata a cui il testo del libro in qualche modo non dava una risposta soddisfacente".

Non intendo riportare questa appendice ma chiarire chi è la persona capace di dire certe cose e perché. Gli viene chiesto, ad esempio, come mai non sembra aver nutrito un odio feroce verso i tedeschi. Primo Levi risponde che nel 1946, quando scrisse il libro, "nazismo e fascismo sembravano veramente senza volto, come ritornati nel nulla, svaniti come un sogno mostruoso... così come svaniscono i fantasmi al canto del gallo. Come coltivare rancore o volere vendetta contro una schiera di fantasmi? L'odio è personale, si coltiva contro una persona, un nome, un viso.

"Ma, non molti anni dopo, l'Europa e l'Italia si sono accorte che questa era un'ingenua illusione: il fascismo era ben lontano dall'essere morto. Era soltanto nascosto, incistato e stava facendo la sua muta per ricomparire poi in una veste nuova, un po' meno riconoscibile, un po' più rispettabile, più adatta al nuovo mondo, uscito dalla catastrofe della seconda guerra mondiale che il fascismo stesso aveva provocata. Devo confessare che davanti a certi visi non nuovi, a certe vecchie bugie, a certe figure in cerca di rispettabilità, a certe indulgenze, a certe connivenze, la tentazione dell'odio la provo e anche con una certa violenza. Ma io non sono un fascista, credo nella ragione e perciò all'odio antepongo la giustizia.

"(...) Tuttavia, non ho perdonato nessuno dei colpevoli, né sono disposto ora o in avvenire a perdonarne alcuno, a meno che non abbia dimostrato (coi fatti, non con le parole e non troppo tardi) di essere diventato consapevole delle colpe e degli errori del fascismo nostrano e straniero e deciso a condannarli, a sradicarli dalla sua coscienza e da quella degli altri. In questo caso sì, io non cristiano, sono disposto a seguire il precetto ebraico e cristiano di perdonare il mio nemico. Ma un nemico che si ravvede, ha cessato di essere un nemico".

Ecco, io non ho vissuto nulla di quegli orrori essendo nata nella seconda metà del Novecento, ma quanto oggi avviene nel nostro Paese dovrebbe essere violentemente respinto, isolato, represso e mai, come invece accade purtroppo assai spesso, mostrato come giusta vendetta contro 'gli invasori'. Sembra troppo da vicino il ritorno a un'epoca che si sperava scomparsa.

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